colpa di chi?

Colpa del governo, colpa dei cinesi, colpa della globalizzazione, colpa dell’immigrazione… ma che nessuno abbia una responsabilità personale?
Non che io voglia essere cinico e poco comprensivo, ma da tre anni sono in Italia, uno dei paesi più ricchi del mondo, uno dei paesi con la qualità di vita più alta del pianeta, la terza miglior assistenza sanitaria del globo, la più alta densità per chilometro quadrato di tesori di arte e natura, tra le migliori condizioni contrattuali per i lavoratori dipendenti e dove delle persone che incontro nove su dieci sono depresse, insoddisfatte, critiche di tutto ciò che li circonda, e allo stesso tempo rassegnate all’ineluttabilità della loro condizione. Qualcosa non mi quadra. 
La realtà e la percezione che le persone ne hanno non coincidono nemmeno lontanamente.
Negli ultimi trent’anni ho lavorato in paesi in guerra, paesi che uscivano da carestie e disastri atroci, eppure spessissimo mi sono trovato con persone che avevano l’entusiasmo ed energia che sono essenziali a creare qualcosa di positivo.
L’Italia è bella e ricca, non c’è scusa che ne giustifichi l’abbrutimento culturale, la parodia politica, la kafkiana burocrazia. Ognuno di noi è parzialmente responsabile per il mondo che lo circonda ed ha la responsabilità di agire per migliorarlo, altrimenti perde il diritto di lamentarsi.
Le cose delle quali sento la gente lamentarsi ogni giorno sono vere, ciò non toglie che rassegnarsi alla loro esistenza non porta a nulla, anzi, è la rassegnazione che di per sé è un’auto-castrazione.
In giro per il mondo ho incontrato italiani geniali e capaci, giovani che erano riusciti a guadagnarsi rispetto e apprezzamento professionale, dimostrazione vivente delle qualità e potenziale che questo paese può esprimere, la famosa “fuga dei cervelli” che però non è necessariamente negativa. Credo che dovrebbe essere ‘obbligatorio’ per ogni individuo fare delle esperienze lontano dal proprio paese, come parte essenziale della formazione all’apertura mentale che consente di far fiorire idee, trovare soluzioni creative, integrare la diversità in un modo che ne moltiplica esponenzialmente le possibilità.
Parallelamente ad altre attività per più di dieci anni sono stato docente di comunicazione digitale e video/web/interaction in vari istituti in Inghilterra, i miei studenti erano tra i 16 e 18 anni e di varie nazionalità, circa 250 ogni anno, quindi ho avuto modo di osservare una casistica abbastanza ampia di atteggiamenti e caratteristiche. Gran parte degli studenti italiani che ritrovavo nei miei corsi avevano da un lato una preparazione teorica più ampia e articolata della media, dall’altro una totale incapacità ad agire indipendentemente e prendere iniziative ‘ardite’ sempre in attesa di istruzioni e direttive, regole e formalità. Spesso smarriti quando io, docente, dicevo loro che potevano e dovevano fare assolutamente quello che volevano e che fosse il più azzardato possibile, e che io li avrei assistiti ma non istruiti. Dopo l’incertezza iniziale questi studenti spesso saltavano fuori con proposte e soluzioni di qualità. L’essere liberati dai limiti percepiti e dati per scontati ha un effetto profondamente curativo che deve essere incoraggiato.
Altri problemi che ostacolavano gli studenti italiani in generale erano la loro incapacità di usare i mezzi digitali e il web, come se fossero 20 anni in ritardo sulla media dei loro compagni di corso, inclusi quelli provenienti da paesi in via di sviluppo. La lentezza con la quale questi studenti agivano era poi un ostacolo enorme, specialmente quando messi a confronto con studenti asiatici che agivano con una rapidità e metodicità immensamente superiore a quella degli italiani. Abitudine mentale e disciplina, indubbiamente assorbite in una fase precoce dell’esperienza di apprendimento, insieme all’orgoglio e senso di responsabilità individuale, che negli studenti italiani sembravano quasi assenti. Come se la sindrome nazionale di impunità e mancanza di responsabilità personale li avesse già contagiati ancor prima di entrare nel mondo produttivo.
Il fatto che tutto nell’ambiente nel quale i giovani sono quotidianamente immersi in Italia tenda a renderli deboli, insicuri e rassegnati non deve essere preso come una condanna, non è una condizione irreversibile, non va accettata. Altri mondi esistono, altre soluzioni sono possibili, non si deve accettare passivamente la banalità. La curiosità salva il pianeta, la cultura, lo scambio di idee ed esperienze è l’antidoto necessario ai Trump, Salvini, Orbán, Farage del mondo.
I giovani italiani dovrebbero rendersi conto della fortuna che hanno avuto di nascere in un paese così speciale, prendere atto delle cose negative e paralizzanti che vi si sono sviluppate, farsi le esperienze necessarie a sviluppare la loro autonomia e potere creativo, e poi agire senza pietà per cambiare quel che non funziona in Italia e la rende un paese-barzelletta quando visto dal di fuori.
Si può fare, e se non ci pensano le nuove generazioni…?

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