Sicilia agosto (1989)

Sicilia agosto 1989

All’aeroporto di Palermo primo impatto col mondo surreale della Sicilia, con carabinieri in tenuta da guerra che tengono sotto tiro i passeggeri in arrivo, come se i mafiosi si riconoscessero a vista e passassero dal controllo doganale come i comuni turisti qualificandosi, poi, all’esterno, l’assalto dei tassisti abusivi, tutti dichiaratamente più economici e veloci dell’autobus, tutti pseudo-poliglotti, tutti a confermare i pregiudizi che accompagnano inevitabilmente anche il più obbiettivo dei visitatori al sopraggiungere in questo unico pezzo di mondo.

A Palermo, investiti subito, a meno di non essere atarassici, dal carattere di una città intensa e viva. Un’ora per girovagare tra gli edifici del centro, tra le rovine, il pattume, i palazzi stupendi, il collage di provvisorietà per avere una prima impressione, con lo stupore di un alieno.
Un albergo a pochi metri dal crocevia che demarca i quattro quadranti della città vecchia, barocco esagerato, scaloni pensati per dame in abito lungo e cavalieri piumati, saloni progettati per feste sfarzose, penombra silenziosa da teatro del complotto. Camera minuta, ricavata da chissà quale spazio originale.

Il primo giorno: da dove cominciare? Noleggio un’auto e da Palermo vado a Corleone, di domenica mattina all’uscita dalla messa, un latte di mandorla al bar sulla piazza di fronte alla chiesa. Sono uno straniero, anche se non so di dove, né lo sanno queste persone che mi osservano, come entrerò in Sicilia?
Gli uomini, per lo più vecchi, stanno seduti a cavalcioni delle seggiole impagliate, bordando le case sulla piazza con una linea continua di umanità che parla poco e sottovoce, con gli occhi mascherati dall’ombra della coppola. Tutto è troppo uguale ai film, tanto che mi viene da pensare che sia una messinscena per turisti, come ormai accade ovunque nel mondo da agenzia. Ma qui di turisti non pare ve ne siano, al massimo emigrati che tornano per le vacanze estive.
Decido per un trucco sleale, mi presento come inglese, figlio di Siciliani emigrati e che per la prima volta viene a visitare la terra delle sue origini. Mi vergogno di questo espediente, ma funziona ed è l’unico che mi viene in mente, in tutto il viaggio si rivelerà un lasciapassare efficace consentendomi una posizione neutrale e accettata. Una delle cose più sorprendenti è che chiunque incontri, oltre ad offrire un’ospitalità squisita, totale e a volte quasi imbarazzante, mi mostra dei luoghi e delle situazioni tutti gli aspetti, positivi e negativi, con un’imparzialità rara e preziosa per il viaggiatore che voglia capire dove si trova.

Vita d’albergo, che consente al nulla di occupare lo spazio che richede, senza oggetti da riconoscere, permettendosi di vivere giorni in una stanza senza notarne il contenuto. Solo i sogni – erotici per lo più – riempiono il vuoto, ancor più quando il caldo costringe il corpo nudo a membra allargate sulle lenzuola, immobile per non produrre altro calore, nella penombra striata dalle imposte.
Fuori i mille suoni di radio che cercano di sopraffarsi l’un l’altra, le gomme che stridono sull’asfalto bollente, la voce roca di una donna, della quale non riesco ad immaginare l’età, che canta a squarciagola.

Poi nella notte altri rumori rompono il buio, un canto arabo accompagnato da batter di mani e stoviglie fuori tempo, un rombo insistente di motore spinto fuori giri, lo sbatacchiare delle ruote rigide di un carretto sulle pietre del selciato, l’uomo che urla esasperato reclamando un impossibile silenzio.
Lo sbattere delle porte dell’ascensore e la ragazzina che urla ubriaca mentre le amiche la trascinano in camera, le sirene della polizia che volano per strada, qualcuno che vomita faticosamente in una camera vicina.

Un mondo a parte che si somiglia in tutto il mondo. Una recita senza primi attori, dove tutti sono spettatori e comparse al contempo e insieme sulla scena.
Questo soddisfa la mia crescente estraneità senza emozioni, questo osservare senza partecipazione, come al microscopio, ricordando le passioni che una volta accendevano ogni giorno di vita vissuta dal dentro, coinvolto come in un vortice sensuale che pareva non dovesse finire mai.
Dopo che accadde rimase l’idea che l’unica emozione ancora possibile fosse la morte, e la camera d’albergo ne potrebbe essere il teatro ideale, così come lo era per l’amore.

Odore di passato di pomodori fresco e sterco di mulo, di quando in quando una ventata densa di fiori.
Poi per la prima volta ho messo piede in un teatro greco, addentrarsi di pochi passi è sufficiente a cancellare ogni suono esterno, ci si sente avviluppati da uno spazio sonoro disponibile, tangibile.
Tutto è coperto da un sottile strato di talco, bianco e impalpabile. La terra è ocra, bruciata, crepata ed erosa, segnata da solchi forse lasciati dall’ultima lontana pioggia.
Le pietre, come le colonne dei templi, come i blocchi delle case, sono traforati come se qualche insetto ci avesse vissuto per anni cercando la luce, tornando a seppellirsi nel buio, sbriciolando la sostanza con pazienza determinata e inconsapevole del tempo.

L’acqua a Palermo è “morbida”, non trovo aggettivo più confacente a descrivere la strana e piacevole sensazione tattile, come una densità maggiore dell’usuale e dolce al contatto della pelle. Anche i capelli, lavati con quest’acqua, sono più morbidi. Ricordo di aver provato la stessa sensazione nei riguardi dell’acqua in un’occasione in precedenza, ma non ricordo dove e quando.
Ci si dovrebbe sempre far descrivere il luogo dove si vive da qualcuno dall’esterno, chissà in quale modo più prosaico, o realistico, un abitante di Palermo descriverebbe l’acqua che usa quotidianamente, quando non è razionata!

Belle fisionomie, un po’ dovunque sull’isola. Si distinguono vari gruppi, ben differenziati nelle fattezze ereditate da così tanti e diversi invasori. Soprattutto donne dal portamento eretto, le forme marcate, lo sguardo fiero, i lineamenti ben intagliati, zigomi alti, nasi importanti, sopracciglia ben disegnate …
Il biondo cenere dei Normanni ed il nero corvino e riccioluto del Medio Oriente, le bocche spagnole accostate ad occhi blu, non azzurri, l’aria spavalda ed orgogliosa, gli ammiccamenti provocanti. Peccato per quando l’influenza araba accorcia le gambe o abbassa le fronti, ma meno di frequente di quanto non si possa immaginare. Peccato altresì quando elementi di sottocultura involgariscono gli uomini in atteggiamenti di macho gradasso. Ma , nell’insieme, tanta bellezza quanta è difficile trovarne altrove.

Gli, accenti pure, così diversi da una provincia all’alta, sono spesso belli, duri e taglienti, talvolta rapidi e violenti ma incisi nel carattere. Questo può lasciare interdetti al primo contatto, ché pare quasi ostile o totalmente indifferente, ma che, appena scalfita la superficie, svela una dolcezza dignitosa e fraterna.
La strafottenza arrogante che spesso disturba scompare immediatamente quando un poco di cultura fornisce altre e migliori armi di affermazione.
La vecchia elenca le spese sostenute, rimbrottando ad alta voce l’altra persona che sta vomitando la cena. Quello della camera dall’altra parte del cortiletto russa come un rinoceronte mentre, nella stanza accanto, un uomo rantola per ore tossendo e sputando i polmoni con raschiamenti che fanno concorrenza a delle fogne fatiscenti. Vita d’albergo e campioni di umanità.

Camminando nelle vie assolate ci si sente disseccare rapidamente e senza scampo, ogni tanto una ventata fresca e profumata giunge, attraverso il portone, da uno dei deliziosi cortiletti interni, pieni d’ombra e fiori e pietra fredda, a volte il gorgoglio di una fontanella…
Le strade sono un prolungamento della casa, non solo il luogo di passaggio tra casa e lavoro, un vero luogo di incontro e di vita, così diverso e affascinante per chi, come me, ha sempre vissuto al nord, barricato, fisicamente e mentalmente, tra le mura di casa.

Spesso colpisce la sensazione di dignità, quasi nobile, che spicca ancor di più nella cornice di sfacelo che l’attornia il più delle volte.
Nei mercati e nelle fiere un assortimento chiassoso e multicolore delle merci più pacchiane e sintetiche che si possano immaginare, eppure tutte insieme formano un quadro vivo e omogeneo dell’esuberanza. Urla e competizioni a chi riesce a suonar musica a più alto volume, con gli altoparlanti che gracchiano al limite dello sfondamento della membrana.
Un’incredibile commistura di soave e violento.

Gli oggetti in vendita, e ancor più l’abbigliamento, sono spesso decorati da improbabili diciture in inglese, una male interpretata immagine del mito americano imperversa e, ben che vada, è in ritardo di anni sulla realtà, il primo scarto temporale che segna la via di mezzo tra l’occidente e il terzo mondo.
I cinema sono pochi, quasi tutti chiusi per ferie, come del resto i negozi e gli uffici di tutta Italia in agosto: le sante ferie tutti insieme rabbiosamente, i pochi aperti proiettano ovviamente film porno, sovente con titoli in inglese o, altrimenti, in stile goliardico paesano. Che tristezza questa Italia, supposto paese d’arte e di cultura, che impressione arrivarci dopo tanto tempo trascorso via!
Nelle librerie mi stupisce il numero di pubblicazioni che si riferiscono all’isola, letteratura, storia, saggi, libri illustrati… una ricchezza sorprendente, e senz’altro meritata da questa terra meravigliosa che gli uomini, a partire dai “civilizzatori” Romani dell’Impero fino a quelli della Repubblica, hanno sistematicamente tentato di deturpare, riuscendoci in buona parte con ottusa perseveranza.
In un bar di un paesino di campagna, la sera, un gruppo di pastori e contadini è riunito, si declamano le poesie scritte da loro stessi, si raccontano le storie da loro elaborate romanzando la vita. Dove altro potrebbe accadere qualcosa di simile se non in Sicilia? Una tradizione letteraria che, incredibilmente, sopravvive alla barbarie!

Molte le bancarelle di libri e riviste usati, prpotente maggioranza dei soggetti pornografici. Che anche nel Mediterraneo la rappresentazione del sesso vada sostituendolo nella realtà? Che anche i ringalluzziti maschi latini abbiano paura del confronto con le figlie delle loro madri?
Qui e là rassegne inaspettate ed interessanti, di musica ma, soprattutto, di teatro, c’è anche una rassegna di teatro giapponese, inclusi incontri e seminari, nelle splendide cornici degli antichi teatri greci.

Un bambino e una ragazzina zingari si sbracciano, spersi sull’autostrada da Trapani a Palermo, nel mezzo di un nulla ardente, rischiando di farsi investire dalle auto che sfrecciano via senza alcuna intenzione di dar loro un passaggio.
Saliti a bordo tacciono composti, conoscono poche parole d’italiano, il bimbo lotta contro il sonno che gli fa ciondolare la testa, la ragazzina non cessa di sorridere mostrando gli spazi vuoti lasciati da molti denti mancanti, i bei lineamenti che traspaiono sotto lo sporco sono quasi indiani. Mi chiedo da cosa stanno fuggendo mentre noto l’ansia di lei che osserva le auto che sopraggiungono e tutti e due abbassarsi d’istinto alla vista di un’auto della polizia.
Giunti a Palermo, dove devono recarsi al tristemente famoso quartiere “Zen 2”, scendono senza chiedere nulla e corrono via salutando gioiosi quando do’ loro del denaro.
Mi sento allo stesso tempo uno schifoso colonialista e un ipocrita romantico, ma quei bambini me li porterei via e chiederei loro di insegnarmi a vivere per le strade e ad essere contento.

Dopo aver detestato tutta l’architettura barocca per anni ecco che qui ne scopro lati inaspettati e piacevoli, laddove ne avevo solo sempre visto la ridondanza boriosa. Qui il barocco ha perso tutte le sue dorature, quando non è proprio crollato in sfacelo. Eppure queste scalinate morbide e arrotondate, questi colonnati severi, i meravigliosi cortili interni, i giardini con le loro fontane, statue, padiglioni… Poi, negli interni, le grandi sale con alti soffitti che lasciano respirare, le file di finestre allungate che dipingono gli interni con luci scenografiche, le balconate teatrali. Tutta una messinscena dove ci si può organizzare una vita confortevole e sempre alla ribalta. Forme marcatamente femminili, gravide, talvolta lussuriose, talaltra un po’ leziose. Gli spazi all’aperto adatti all’ozio, alla lettura, alla sosta prolungata nei caffè.

Una volta accettato il cattivo gusto come uno degli elementi della recita ecco che l’insieme diviene accogliente, ci si immagina come queste dimensioni, ripulite dalle incrostazioni del tempo e dell’incuria, potrebbero costituire degli spazi abitativi e cittadini tra i più piacevoli.

Un palazzo barocco, splendido, crolla abbandonato. Il pian terreno è occupato da negozi e abitazioni ricavate in spazi improbabili, ai piani superiori piante rampicanti hanno ricoperto pareti scrostate, finestre divelte, ricche balconate rugginose e la grande loggia col suo colonnato. Tre bambini vogliono essere fotografati col loro trofeo, una banconota da duemila lire. Urlano in coro “la vita è bella” e, a vederli così, penso che forse hanno ragione. Uno di loro mi informa che i piani superiori del palazzo sono abbandonati da cinque anni, da quando il proprietario è morto e i parenti, che vivono negli Stati Uniti, non si sono fatti vedere. Nelle stanze, dove i bambini vanno a giocare, ci sono ancora molti mobili antichi, tutti scassati però, mi avverte la piccola guida.

In certe parti della città è come se la guerra fosse finita ieri e i soldati americani se ne fossero appena andati, passati e via. Poi più niente. Puntelli precari a sostenere mura in bilico, case rette dalle loro vicine, in una specie di tragicomico abbraccio, come l’ubriaco sorretto dagli amici o il soldato ferito portato dai compagni. Ma qui si ha l’impressione che un’aiuto non arriverà mai.

Altrove venticinque secoli di una storia tra le più variegate sono contemporaneamente davanti agli occhi, uno sull’altro, le palazzine degli anni sessanta e settanta dall’aria quasi lussuosa, monti di pattume fetido sulla grande strada non finita (una testa di pesce spada annerita di mosche su cocci di vetro e copertoni bruciati) i cartelloni pubblicitari sullo sfondo di una facciata barocca, delle colonne greche, una torre normanna, cupole arabe…

Nessuno per strada, solo le voci delle telenovelas che provengono dagli interni delle case, chiusi all’ombra di tende verdi da balcone o scuri di legno accostati. Due adolescenti che passano in senso contrario e sollevano le gonnelle sculettando e salutando con un “ciao bello”. Ancora stridii di pneumatici, un po’ per il calore che fonde l’asfalto, un po’ per la qualità stessa di questo, un po’ per l’esibizionismo dei guidatori. Nel traffico bisogna imparare presto le regole del più forte, non per cattiveria ma per il gioco sottinteso e generale. E sirene di polizia e carabinieri, troppo spesso.

Il fronte mare ad Ortigia, che splendore affacciarsi a quei balconi sapendo che nulla si frappone all”Africa se non l’acqua verde di quella striscia di Mediterraneo. Sto guardando nella direzione di Tripoli? C’è un’anima affine che sta guardando nella mia direzione di la in questo momento?

Un tuffo nell’acqua insieme ai ragazzini locali che prendono la rincorsa dalla balaustra a colonne tornite, occhi chiusi ad assorbire il sole seduti sotto una palma insieme all’amico siciliano, poeta e gioielliere, persona squisita e radiosa, senza sapere che tra pochi mesi non sarà più con noi. Più tardi andiamo a prendere la sua bambina a Noto, e mi rendo conto che non è più una bambina ma sta già passando la soglia dell’adolescenza e mettendo alla prova il rapporto col padre.
Poi una gita inconsueta, un’amico vuole farmi vedere qualcosa che di sicuro non compare nelle guide turistiche, un’ora in auto su strade polverose tra le colline bruciate, poi il paese, uscito da chissà quale improbabile scenografia, surreale, tutte le case, costruite a metà, con i pilastri di cemento armato e le sbarre di ferro che sbucano dai piani superiori incompleti, balconi senza ringhiera che si sporgono da stanze senza muri… ma la cosa più straordinaria sono i materiali che rivestono queste case, una dopo l’altra una processione di lapidi, piastrelle, collages di marmi lapidari di tutti i colori, elementi decorativi funebri… un’assemblage totalmente assurdo ma allo stesso tempo presentato come la più banale normalità. C’è una spiegazione, tutti gli uomini del villaggio lavorano per una grande impresa edile che edifica e mantiene i cimiteri di varie province, di conseguenza gli operai e impiegati si sono a poco a poco costruiti le case utilizzando avanzi e “ritagli” recuperati dalla costruzione di cimiteri.

I pomeriggi assolati, il calore sale attraverso la suola delle scarpe. Seduto sotto la pergola a leggere, pare che qui ci si possa permettere il lusso dell’immobilità, per uno che è sempre in movimento ad alta velocità, perennemente impegnato in troppe cose simultaneamente questo è un piacere profondo e impagabile. Immobilità riflessa nel silenzio costellato di piccoli ritornelli degli insetti. Un raggio di sole attraversa il liquido chiaro nel bicchiere e disegna un arcobaleno sulla pagina che sto leggendo (oggi è Ma Mère, di Bataille) alzo gli occhi dal libro, il cane che sonnecchia ansimando all’ombra della palma sull piazzetta del paese sente il mio sguardo e alza leggermente la testa da terra, volgendosi a scambiare un’occhiata breve e pacificamente indifferente.
E poi il museo archeologico di Siracusa, una sorpresa di modernità e correttezza accademica, oltre alla incredibile varietà dei reperti, ben esposti e documentati.
Le saline, gli uomini bruciati dal sole e dal riverbero accecante delle distese bianche di sale e la stradina che attraversa dritta la spianata bianca costellata di collinette coniche, lungo la stradina ragazzine in bicicletta sostano a guardare i ragazzi che lavorano e li provocano con commenti e mosse di un erotismo che fa tenerezza nel suo tono quasi infantile e candido nonostante la malizia.
I chiostri dei conventi, quell’ombra e frescura preziosa incorniciata nella sobrietà protetta e piena di pace. La lussuria dei mosaici bizantini, la scenografia dei teatri Greci ai quali fa da sfondo il mare, le fattorie abbandonate sui fianchi di colline arse, gli edifici dove la storia si può leggere a strati come sedimenti geologici, il cielo notturno di un blu intenso come il cobalto delle ceramiche islamiche punteggiato da una dovizia infinita di stelle diamantine, i paesini dell’interno, lontani da tutto, dove si fa silenzio nell’unico bar della piazza quando entra lo straniero, scrutato con attenzione, sorrido mentre non riesco ad evitare di pensare al cowboy che entra nel saloon dei film western…

Soprattutto la voglia di restare, anonimo, in un grande appartamento barocco, un balcone sull piazza, una finestra dalla quale si scorga un fazzoletto di mare, grandi finestre, muri scrostati, il piaere di una decadenza romantica senza pudore, chiss’e futte!!

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